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Come riprendere il controllo dei suoi dati personali? - Semji

Come riprendere il controllo dei suoi dati personali?

125 miliardi di dollari: è la soglia che il mercato dei Big Data dovrebbe raggiungere nel 20151. Archiviati in gigantesche banche dati, i comportamenti su Internet e i dati personali degli utenti rappresentano una vera e propria manna finanziaria per le aziende del web. Fino a poco tempo fa, tra le aziende e gli utenti esisteva un consenso ampiamente consolidato: questi ultimi cedevano le proprie informazioni personali in cambio di servizi gratuiti.
Ora, però, da qualche tempo si assiste a una presa di coscienza degli utenti, che cercano di riappropriarsi dei propri dati. Una panoramica della questione, del quadro giuridico e dei nuovi servizi: la remunerazione dei privati da parte di aziende pioniere nel settore dei dati personali, come Datacoup negli Stati Uniti o YesProfile in Francia.

L’impronta digitale degli utenti

L’impronta digitale è l’insieme degli elementi che ogni utente lascia dietro di sé dopo aver navigato su Internet. Tramite un telefono cellulare, un tablet o un computer, partecipando a un concorso, utilizzando una carta fedeltà o più semplicemente al momento di un acquisto, vengono prodotti dei dati. Essi forniscono informazioni sul profilo dell’utente, sulla sua età, sul sesso, sui gusti, sul tipo di acquisto effettuato e sulle abitudini di connessione. Ogni «traccia» digitale diventa così un vero e proprio prodotto che suscita l’interesse di numerose aziende.

Il peso dei Big Data sul mercato mondiale

I dati personali raccolti in tempo reale e poi analizzati sono chiamati Big Data o dati di massa. Consentono di tracciare profili tipo, di affinare le strategie di marketing e di creare nuovi mercati. Mentre nel mondo, ogni minuto, vengono inviati quasi 15 milioni di SMS, 300.000 tweet o ancora 200 milioni di e-mail secondo il libro di Gilles Babinet, è piuttosto facile immaginare il potenziale vertiginoso rappresentato dai Big Data. Tuttavia, tutti questi dati richiedono tempo di analisi e strumenti di gestione adeguati. Misurando la portata del compito, i giganti del web americani, a cominciare da Facebook, Google o Yahoo, sono stati tra i primi a organizzarsi. Hanno messo a punto diverse tecnologie basate in particolare su banche dati potenti, server e sistemi di archiviazione molto complessi come MongoDB, MapReduce e Memtables.

Ecco perché, con il pretesto di offrire i loro servizi, come la creazione di un profilo Facebook, di un account Twitter o di giochi come Candy Crush, un modello freemium che sfrutta i dati di Facebook, queste aziende riutilizzano l’insieme dei dati raccolti a fini commerciali. Queste informazioni sono così preziose da attirare le mire di alcuni hacker. Il gruppo Orange ha così ammesso di aver subito una violazione delle proprie banche dati nel 20142. In effetti, l’operatore telefonico francese ha subito un furto di dati personali riguardanti non meno di 800.000 dei suoi clienti nel febbraio 2014. E questo caso è ben lungi dall’essere isolato.

big data business Il business dei Big Data: http://www.usine-digitale.fr/article/infographie-big-data-un-marche-a-100-milliards-de-dollars.N254184

Broker di dati personali: l’esempio americano

Negli Stati Uniti, migliaia di broker di dati personali rivendono ogni giorno informazioni molto intime riguardanti milioni di americani. È il caso in particolare della società Acxiom, esperta di dati, che rivendica non meno di 1.500 informazioni relative a quasi 200 milioni di individui. Questi dati sono molteplici. Riguardano in particolare la religione, i redditi, la professione, l’appartenenza politica, i precedenti familiari ma anche l’alcolismo, le malattie o ancora l’orientamento sessuale. La società Statlistics, con sede nel Connecticut, propone dal canto suo banche dati che segmentano i gay e le lesbiche o ancora le persone che soffrono ad esempio di disturbi bipolari. Il profilo degli utenti del web non smette di affinarsi.

dati personali Origine dei dati: http://www.orange-business.com/fr/blogs/usages-dentreprise/open-data/infographie-le-cheminement-des-donnees-personnelles

La posizione della CNIL sull’argomento

Di fronte a tali pratiche e nell’ambito delle sue missioni, la Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés (CNIL) inizia a rilevare alcune derive. Nel rapporto di attività 2014 della CNIL la commissione ha del resto preso chiaramente posizione nel suo rapporto di attività 2014, mettendo in guardia i responsabili pubblici sul progetto di legge relativo all’intelligence e sui controlli degli archivi sui quali desidererebbe esercitare un controllo. Riguardo a quest’ultima richiesta, il potere politico ha recentemente risposto negativamente. La CNIL si esprime nell’ambito di un forte aumento dei reclami privati.

In effetti, nel 2014, sulle 11.000 richieste pervenute, il 39% era legato alla reputazione online. Nell’ambito della protezione dei dati personali, la CNIL condanna Google, nel gennaio 2014, a pagare 150.0003 euro di multa. E per quanto questa pena possa sembrare simbolica, essa si inscrive in una battaglia di lungo corso che dimostra agli utenti che Davide può attaccare Golia. Da segnalare anche la recente presa di posizione del Senato4, che si inscrive in questa idea e va contro il parere del governo. I dibattiti lasciano presagire numerosi colpi di scena e vivaci scambi.

Dall’impronta digitale al controllo del proprio profilo

In questo contesto di quasi bolla economica, le aziende si attrezzano, si organizzano e gli utenti prendono sempre più coscienza del valore dei dati che cedono con leggerezza al ritmo delle loro peregrinazioni sul web. Secondo uno studio pubblicato nel settembre 2014 da Havas Media Group France e riguardante il rapporto dei francesi con la produzione di dati personali, gli utenti misurano sempre di più il valore delle informazioni legate al loro profilo. Alcuni di loro avanzano persino il desiderio di riappropriarsene. Basato su un campione di 1.000 persone intervistate, lo studio indica che:

  • il 45,2% dei francesi intervistati accetterebbe il monitoraggio dei propri dati digitali dietro compenso.
  • il 30% ritiene che i propri dati personali debbano essere retribuiti almeno 500€ all’anno.
  • il 93% si dichiara consapevole della raccolta dei propri dati.
  • l’84% di loro è preoccupato.
  • il 46,7% degli intervistati pensa che questo stato di cose possa rappresentare un vantaggio.

Quest’ultima cifra indica molto chiaramente che quasi una persona su due desidera trarre profitto dai propri dati personali. Invia così segnali piuttosto positivi alle aziende che si posizionano già in questo segmento.

dati personali parlamento europeo Il monitoraggio dei dati personali su Internet: http://www.europarl.europa.eu/news/fr/news-room/content/20130121STO05426/html/Journ%C3%A9e-europ%C3%A9enne-de-la-protection-des-donn%C3%A9es-des-espions-sur-la-Toile

Aziende specializzate nella monetizzazione dei suoi dati personali

Così, dopo un periodo di utilizzo intensivo e senza limiti delle informazioni personali, il legislatore inizia a schierarsi a favore degli utenti e alcune aziende offrono servizi agli utenti che desiderano riprendere in mano i propri dati. Queste giovani società propongono infatti diversi tipi di servizi che vanno nel senso di una forma di riappropriazione dei dati. Invitano in particolare i loro clienti a diventare attori del proprio «patrimonio personale» raccogliendo una parte dei benefici legati alla condivisione dei propri dati personali.

È così che negli Stati Uniti Datacoup, un marketplace per i dati personali ha messo a punto un business model che si basa da un lato sulla remunerazione degli utenti fino a 10 dollari al mese e dall’altro sulla vendita di questi dati ad aziende di analisi. In questo modo ciascuna delle parti è vincente. E se questo modello non va contro la monetizzazione delle informazioni, ha il merito di regolare il mercato, di inquadrarlo e di offrire una contropartita ai proprietari delle suddette informazioni. Ha anche il vantaggio di creare una forma di trasparenza su un mercato spesso definito opaco.

Questo modello si inscrive inoltre in una nuova era che valorizza la padronanza e il controllo dei dati a monte. Sul versante francese, l’azienda YesProfil, fondata nel 2011, offre agli utenti la possibilità di affittare i propri dati. Il suo fondatore, Christian-François Viala, ha infatti immaginato una formula che consente agli utenti del web di «controllare, proteggere i propri dati personali e monetizzarli direttamente presso i marchi»5. Al pari del suo concorrente americano, l’idea è qui di riportare l’utente al centro del mercato dei dati personali offrendogli strumenti adatti alla loro gestione. L’azienda francese è in piena espansione e spera di raggiungere i 150.000 utenti nella primavera del 2015.

I francesi prendono sempre più coscienza dell’esistenza di un mercato dei dati personali e delle derive che possono accompagnarlo. Di fronte a questa situazione, il 90% di loro auspica una regolamentazione per regolare questo mercato in piena crescita.

Fonti:

(1) http://www.forbes.com/sites/gilpress/2014/12/11/6-predictions-for-the-125-billion-big-data-analytics-market-in-2015/

(2) http://bit.ly/1cN88PA

(3) http://pro.clubic.com/entreprises/google/actualite-611304-cnil-inflige-amende-150-000-google.html

(4) http://www.nextinpact.com/news/93851-le-senat-vote-regulation-google-malgre-opposition-gouvernement.htm

(5) https://www.frenchweb.fr/la-start-up-du-jour-yes-profile-propose-aux-internautes-de-louer-leurs-donnees-personnelles/177521

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